Rivalutare il Dimenticato – Foggy Dew (1919)

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La seconda canzone del progetto Rivalutare il dimenticato, eseguita dagli amici Pocaombra


di Bruno Cherubini

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La Prima Guerra Mondiale non si combattè solo al fronte. Abbiamo voluto ribadire questo concetto fin da subito con la nostra seconda canzone, sempre eseguita dai Pocaombra: Foggy Dew. E stavolta, invece che scrivere un articoletto, abbiamo pensato di farci spiegare tutto dal nostro Francesco. Le riprese sono state effettuate presso le tombe etrusche dei Giardini Margherita, a Bologna

Ed ecco la canzone. Il testo è una versione abbreviata del testo originale, ispirato alla versione di Sinead O’Connor. Roberto lì dietro invece suona il banjo, nella migliore tradizione dei Dubliners e di Luke Kelly

As down the glen one Easter morn
to a city fair rode I
There Armed lines of marching men
in squadrons passed me by
No fife did hum nor battle drum
did sound its loud tatoo
But the Angelus bell
o’er the Liffey swell
rang out through the foggy dew.

Right proudly high over Dublin Town
they hung out the flag of war
‘Twas better to die ‘neath an Irish sky
than at Sulva or Sud El Bar
And from the plains of Royal Meath
strong men came hurrying through
While Britannia’s Huns,
with their long range guns
sailed in through the foggy dew.

But the bravest fell, and the requiem bell
rang mournfully and clear
For those who died that Eastertide
in the springing of the year
And the world did gaze, in deep amaze,
at those fearless men, but few
Who bore the fight
that freedom’s light
might shine through the foggy dew.

Ah, back through the glen I rode again
and my heart with grief was sore
For I parted then with valiant men
whom I never shall see more
But to and fro in my dreams I go
and I’d kneel and pray for you,
For slavery fled,
O glorious dead,
When you fell in the foggy dew.

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Rivalutare il dimenticato – Gorizia (1916)

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La prima canzone del progetto Rivalutare il dimenticato, eseguita dagli amici Pocaombra


di Bruno Cherubini

Gorizia è una delle canzoni più significative e celebri del repertorio antimilitarista (e anche anarchico) della tradizione popolare italiana. L’impianto deriva probabilmente da un’altra canzone, O Venezia, di epoca risorgimentale, che ricorda gli eventi del biennio repubblicano (1848-1849), che a sua volta si rifà vagamente alle arie verdiane o più generalmente dell’opera italiana del periodo.

Se non le note almeno lo spirito della canzone attraversa la laguna e, come molti altri canti risorgimentali, viene adattato alla nuova situazione da quei soldati che cercavano un modo familiare di esprimere una situazione completamente nuova e devastante. Secondo Cesare Bermani, storico esperto di storia orale che raccolse la testimonianza di un ex soldato, i fanti italiani cantavano queste parole nei giorni che seguirono la sanguinosissima presa di Gorizia dell’8 agosto 1916.

Un breve accenno al contesto storico: dopo il contenimento della Strafexpedition l’esercito italiano attraversa una fase di riorganizzamento e potenziamento, che si tramuta presto in una pressione più o meno potente sulle linee difensive austriache. Il piano è quello di un attacco sul Carso, nonostante il bassissimo morale delle truppe italiane (pure parzialmente risollevato dai modesti successi militari) e nonostante la ancora evidente superiorità imperialregia: anche quando vince, l’esercito del Regno accusa molte più perdite (proporzionalmente, almeno) dei suoi avversari. L’offensiva che viene lanciata i primi di agosto passa alla storia come “Sesta battaglia dell’Isonzo”: dopo quattro giorni di combattimenti nella zona (Podgora, Oslavia, Sabotino, San Michele…) l’esercito italiano entra a Gorizia.

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Il fronte prima e dopo le battaglie dell’Isonzo,via Wikimedia Commons

Un’importante tappa nella storia (e nel successo) di Gorizia fu il suo inserimento nel repertorio del Nuovo Canzoniere Italiano, cosa che la fece conoscere al grande pubblico e la portò nei repertori degli autori folk più impegnati, come Giovanna Daffini. Proprio Gorizia fu la protagonista di un episodio famoso, così ricordato dal sito antiwarsongs, che riporta una testimonianza di Giovanna Marini

Nel 1964 venne presentata al Festival dei Due Mondi di Spoleto dal Nuovo Canzoniere Italiano nello spettacolo “Bella ciao”, suscitando l’ira dei benpensanti. Quando Michele L. Straniero e Fausto Amodei iniziarono a cantare “Gorizia” avvennero incidenti in sala; la destra cercò di impedire le rappresentazioni; Straniero, Leydi, Crivelli e Bosio furono denunciati per vilipendio delle forze armate.

[Michele Straniero], avendo sostituito nell’esecuzione di O Gorizia tu sei maledetta Sandra Mantovani, vittima di un abbassamento di voce, cantò infatti una strofa non prevista (Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta/ scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù) che suscitò in sala la reazione di un ufficiale e di talune signore impellicciate, mentre nelle serate successive lo spettacolo sarebbe stato costantemente disturbato da gruppetti di fascisti. Quello scandalo al centro dell’interesse giornalistico per oltre una settimana sarà peraltro il miglior lancio per I Dischi del Sole, che potenziano così la loro presenza politico-culturale nel paese.

(Cesare Bermani, da A – rivista anarchica)

“Finalmente siamo in scena di fronte a una sala tutta piena. Cominciamo a cantare. Silenzio tombale : sono tutti incuriositi da questi canti, a partire dal Bella Ciao di Giovanna Daffini. Via via che si procede, crescono i commenti, mormorati, qualche volta anche detti ad alta voce. Alla strofa di Sandra Mantovani “…e nelle stalle più non vogliam morir…” una voce di donna urla : “Posseggo duecento anime e nessuna di loro è morta nelle stalle!”. Seguono una serie di “Buuuu” dal loggione.

Finalmente si alza Michele Straniero e intona Gorizia. Alla strofa “Traditori signori ufficiali / voi la guerra l’avete voluta / scannatori di carne venduta / questa guerra ci insegni a punir” succede l’ira di Dio. Una voce si leva dalla platea : “Evviva gli ufficiali” seguita da cori di “Evviva l’Italia”. Dal loggione arriva, una risposta immediata e viene lanciata in platea una sedia, mentre si intona Bandiera Rossa. Dal basso rispondono con Faccetta Nera. Spintoni a destra e a sinistra. Tutt’intorno, la gente continua a discutere sempre più “animatamente”. Insomma, si menano.”

Come sempre capita in questi casi noi non possiamo sapere quanto il testo a noi pervenuto sia fedele all’originale e quanto si tratti invece di reinterpretazioni e riscritture successive. Ma è nella stessa natura delle canzoni popolari l’essere oggetto di tale processo, ed è anche questo il senso stesso della nostra operazione: riportarle all’oggi, e impedire che diventino dei semplici pezzi da museo. Come già fecero nel 1964, anche noi abbiamo voluto inserire la strofa Traditori signori ufficiali, originalmente contenuta in O Venezia, un po’ per ricordare le origini della canzone, un po’ per restituirne al massimo il carattere tragico. Ugualmente abbiamo voluto fare una modifica noi stessi, sostituendo il tradizionale vigliacchi della quarta strofa con un più rivoluzionario Borghesi, stavolta a sottolineare sia il fatto che Gorizia è stata (in seguito alla guerra, naturalmente) spesso considerata una canzone della tradizione anarchica, sia a voler rimarcare la separazione che i soldati al fronte sentivano rispetto a chi rimaneva a casa. Buon ascolto!

Luigi Galvani: lo scienziato dietro il Mostro del Dottor Frankenstein

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Contagiata da antiche festività pagane, HK vi racconta una storia dell’orrore in salsa storica. La nostra nuova collaboratrice Giulia ci introduce alla vita del Dottor Galvani, uomo di scienza bolognese che nel ‘700 svolse numerosi esperimenti riguardanti l’elettricità animale. Queste esperienze portate avanti dai suoi allievi ispirarono uno dei più famosi romanzi horror della Storia: Frankenstein di Mary Shelley.


di Maria Giulia Andretta


«Ero lì, in piedi vicino alla porta, quando una lingua di fuoco si levò da una vecchia, magnifica quercia, a una ventina di yarde dalla nostra casa; svanita la vampa di fuoco, disparve anche la vecchia quercia e non ne restò che un ceppo bruciacchiato. Il mattino seguente, quando andammo a vedere, l’albero era squarciato in maniera singolare. Non era stato spaccato dalla scarica, ma ridotto in sottili strisce di legno. Non avevo mai visto nulla in uno stato di così totale distruzione. Già prima mi ero familiarizzato con le leggi elementari dell’elettricità. In quell’occasione era con noi un uomo che aveva condotto profondi studi di filosofia naturale e questi, stimolato dalla catastrofe, si lanciò nella spiegazione di una teoria da lui elaborata sull’elettricità e sul galvanismo, che subito mi parve nuova e sorprendente.»

Mary Shelley, Frankenstein, cap. II.
Victor e la Creatura nel frontespizio dell’edizione del 1831

Victor e la Creatura nel frontespizio dell’edizione del 1831

Nel 1816 Mary e il marito Percy trascorrono l’estate in Svizzera in compagnia di Lord Byron con il quale hanno modo di discutere a lungo delle nuove dottrine di filosofia della natura e degli esperimenti condotti da Erasmus Darwin, nonno del più famoso Charles, il quale affermava di essere riuscito a rianimare la materia morta. Scandagliare i segreti sull’origine della vita per scoprirne la vera essenza e le potenzialità delle nuove frontiere della teoria dell’elettricità grazie alle quali diverse parti di un corpo potevano essere manipolate incuriosiscono Mary al punto che la scrittrice inglese trarrà ispirazione per il suo romanzo proprio dalle avanguardie della scienza a lei contemporanea.

Il protagonista del racconto è il dottor Victor Frankenstein, uomo di scienza che eredita l’ideale settecentesco di poter trasformare il mondo grazie alle nuove frontiere della fisica e della medicina; è un moderno Prometeo che vuole domare i fenomeni che regolano la vita e la morte spingendosi oltre la morale e varcando quelli che sono limiti della conoscenza. La sua Creatura prende vita con il potere dell’elettricità, grazie a quella nuova scienza che lui pensa essere positiva e prossima al potere divino in una cupa e tempestosa notte di novembre. Si presenta come deforme, sgradevole alla vista, ma anche in un primo momento indifesa e ingenua e più cerca di integrarsi e inserirsi in un contesto sociale, più conosce l’emarginazione, il diniego, la diversità. Il dolore sfocia nell’odio e in una rabbia incontrollabile che porta la Creatura a compiere efferati omicidi. La rovina di Victor Frankenstein si compie attraverso gli atti del Mostro che ha creato, il quale, rivoltandosi al suo creatore, lo mette brutalmente davanti alle sue colpe per aver sfidato le leggi della natura.

Monumento a Luigi Galvani nell’omonima piazza a Bologna

Monumento a Luigi Galvani nell’omonima piazza a Bologna

Luigi Galvani nasce a Bologna nel 1737 e qui ha la possibilità di formarsi come allievo di alcune delle personalità più illustri del panorama scientifico settecentesco: Beccari per la chimica, Galli per la chirurgia e Galeazzi per la fisica e l’anatomia. Presso l’ateneo bolognese, si laurea in medicina e filosofia, come era uso all’epoca, ma contemporaneamente segue anche i corsi dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna presso la quale diventerà prima docente di anatomia pratica e poi presidente nel 1772. Grazie alla posizione raggiunta riesce a portare avanti in parallelo il suo percorso di medico e quello di fisico ed entra in cattedra alla scuola di anatomia e ostetricia fondata dal professor Galli e aperta non solo ai medici, ma anche alle levatrici.

Gli interessi di elettrofisiologia animale sono da far risalire al 1780 e lo porteranno tra il 1791 e il 1792 alla pubblicazione della sua opera più importante, De viribus electricitatis in motu musculari, trattato dove non solo vengono descritti con rigoroso dettaglio tutti i suoi esperimenti, ma anche volume divulgativo sulla sua innovativa teoria sull’elettricità animale e sull’origine del movimento degli esseri viventi. Galvani inizia con lo studiare le contrazioni involontarie che subiscono i muscoli di una rana quando sottoposti ad una scarica elettrica che colpisce le terminazioni nervose e dopo quasi un decennio di esperimenti comprende che esiste una forza intrinseca agli esseri viventi che giustifica questo compoeramento. Pone quindi l’elettricità animale all’origine del movimento e individua nel cervello la sua sede; da qui l’impulso elettrico, come un fulmine, viene trasmesso lungo il midollo e i nervi per raggiungere infine i muscoli, i ricettori.

Disegno che illustra alcuni degli esperimenti effettuati da Galvani sulle rane

Disegno che illustra alcuni degli esperimenti effettuati da Galvani sulle rane

Galvani muore nel 1798 e i suoi studi verranno ripresi e portati avanti nel panorama scientifico italiano da Alessandro Volta, già protagonista di una lunga controversia a proposito del funzionamento del sistema nervoso, e da suo nipote Giovanni Aldini che a Londra applicherà le teorie dell’elettrofisiologia sui cadaveri di esseri umani e animali con l’intento di riportarli in vita.
Il galvanismo, così chiamato in onore del medico bolognese, sarà uno dei temi fondamentali della ricerca scientifica tra Settecento e Ottocento e non stupisce che una donna di cultura come Mary Shelley, alla quale le teorie di Galvani giungono mutuate dagli esperimenti londinesi di Aldini, abbia tratto ispirazione per il personaggio del Dottor Frankenstein e per il suo Mostro proprio da questi stravaganti esperimenti.

Illustrazione degli esperimenti di Giovanni Aldini su cadaveri

Illustrazione degli esperimenti di Giovanni Aldini su cadaveri


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H-Key vi saluta! Buone Vacanze!

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Siamo vicini a Ferragosto, e molti di voi stanno magari leggendo queste righe sul proprio smartphone sotto l’ombrellone (o almeno ve lo auguriamo). Anche noi ci prendiamo qualche giorno di vacanza, e perciò il blog sospende le pubblicazioni per una decina di giorni. Nel lasciarvi però vogliamo farvi una piccola anticipazione del progetto che stiamo preparando per il nostro ritorno. Buona lettura e buone vacanze!


L’articolo di apertura di questo blog, lo sapete, è un breve pezzo sull’attentato di Sarajevo. Sull’attentato è stato detto e scritto di tutto, e viste le celebrazioni del centenario dello scoppio della Grande Guerra, anche voi in questo periodo avrete letto e sentito di tutto. Noi di H-Key non vogliamo esimerci dal ricordo del centenario: siamo ben consapevoli dell’importanza che il 1914 ha avuto sulla storia mondiale, e pensiamo che sia parte della nostra missione far sì che le riflessioni a riguardo arrivino al pubblico dei social network e, più generalmente, a coloro che altrimenti non sarebbero normalmente interessati alle problematiche della storia e della storiografia. Per questo abbiamo già cominciato a pubblicare una serie di articoli a riguardo, lo “Speciale Grande Guerra”, in cui tenteremo di dare una nostra prospettiva il più possibile originale sulle questioni legate alla Grande Guerra.

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La Grande Guerra è stata la svolta fondamentale della storia contemporanea. La pietra tombale, definitiva, su un vecchio mondo che già da almeno un secolo stava tramontando, e che finalmente muore, tra gli scoppi dell’artiglieria e le raffiche delle mitragliatrici, per fare spazio a un nuovo mondo, più grande, più veloce, più terribile, di massa, finalmente moderno e tuttavia segnato indelebilmente da una nascita così tragica. Nei nostri articoli sulla Grande Guerra vi racconteremo proprio questo: la nascita del “nuovo mondo moderno”, nelle sue contraddizioni, nelle sue conquiste, nelle sue tragedie. Ebbene, però, crediamo anche che non si debba fermare qui la nostra riflessione.

Tutto questo ha avuto un inizio. Non parliamo delle cause remote, come si suol dire, bensì della causa immediata, che normalmente viene derubricata a “pretesto” e come tale liquidata negli studi scolastici. La scintilla che fa scattare l’esplosione che catapulterà il mondo nell’evo contemporaneo è un evento profondamente antico e moderno insieme: un regicidio: la mano di un non-aristocratico che uccide una persona investita della dignità regale.

Abbiamo pensato perciò, attraverso una serie di approfondimenti su quel gesto fatale, di raccontarvi anche il mondo antico che la Prima Guerra Mondiale ha distrutto. Da dove viene quel gesto? Cosa significava per Princip e per chi, prima di lui, aveva ugualmente deciso di assassinare il rappresentante massimo dell’autorità nazionale? In che modo il gesto di Princip è simile ai suoi precedenti, e in che modo è diverso? Può anche il regicidio considerarsi un gesto appartenente alla sfera della modernità o è un gesto antico di un’era passata? Quella stessa era che la guerra poi spazzerà via?

Ecco quindi che abbiamo pensato a un secondo Speciale, lo “Speciale Regicidi”, attraverso cui vogliamo raccontarvi il percorso dall’evo antico a quello contemporaneo attraverso una prospettiva non usuale, generalmente poco affrontata nel dibattito pubblico o nell’insegnamento scolastico che tutti conosciamo. Quello stesso percorso che, attraversato parallelamente anche dall’economia, dall’industria, dalla riflessione politica e filosofica, ha infine portato allo stesso punto: l’assassinio di Franz Ferdinand e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

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La prima volta che…lo spogliarello in Italia

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Historical Knowledge ha il piacere di presentarvi la nuova rubrica “La prima volta che…”, un viaggio attraverso le prime volte della storia. Oggi Emiliano ci racconta la vicenda del primo spogliarello italiano, un fatto che oggi passerebbe inosservato ma che allora scatenò un clamoroso scandalo dagli echi internazionali. Buona lettura!


di Emiliano Bonomi

Era la sera del 5 novembre 1958, Roma. Il facoltoso americano Peter Howard Vanderbilt aveva affittato il ristorante Rugantino, all’epoca uno dei locali più alla moda del Trastevere, per i festeggiamenti del venticinquesimo compleanno dell’amica contessa Olghina Di Robilant. Un evento mondano scaldato dalla musica spumeggiante della locale “II Roman New Orleans Jazz Band“.

Più di cento i presenti, tutti membri della Roma bene: scrittori, politici, giovani rampolli di famiglie nobili e imprenditoriali, star del jet set come Elsa Martinelli o Anita Ekberg. Tra questi v’era anche la giovane e sconosciuta danzatrice del ventre, di origine turca, Kiash Nanah, nome d’arte Aiché Nanà, che diventò ben presto la protagonista assoluta della serata[1].

Enrico Lucherini[2], famoso press agent anch’egli presente alla festa, racconta i suoi ricordi di quella sera:

«L’atmosfera s’era fatta molto brillante, si scherzava, si ballava sui tavoli, […] alcuni invitati cominciarono a buttare per terra le loro giacche e Aiché si produsse in una danza del ventre molto bella, sensuale, audace. Prima fece volare via i sandali, poi pian piano si sfilò l’abito, la sottoveste, il reggiseno. Era la prima volta che in una festa privata succedeva una cosa del genere. La festeggiata, Olghina, era molto scocciata, non le piacque affatto quel che stava accadendo. Io mi divertivo come un pazzo.»[3]

I paparazzi presenti, rapiti da questo caldo spettacolo durato più di mezzora, scattarono foto all’impazzata. Qualcuno però, offeso nel suo senso del pudore, decise di chiamare la polizia che presto irruppe nel locale. Tazio Secchiaroli, autore delle foto rese poi pubbliche, per non vedersi sequestrato il suo lavoro passò di nascosto i rullini al Lucherini che, uscendo dal locale senza essere perquisito, li riconsegnò al fotografo qualche ora più tardi. Le foto vennero poi pubblicate sul settimanale “L’Espresso” scatenando un clamoroso scandalo, di risonanza internazionale, che fece inorridire l’Italietta bigotta e benpensante di quegli anni[4].

Aichè nanà 1958 Rugantino

Paradigmatiche di quel clima di puritano disprezzo risultano le parole pubblicate dal settimanale “Epoca” il 16 novembre di quell’anno:

«Queste fotografie documentano – soltanto in parte, si capisce – lo scandaletto che ha impegnato per qualche giorno i cronisti della Capitale e i moralisti in redazione […] squallida la vicenda, squallidi i protagonisti: pittrici la cui reputazione è affidata più ai bikini che ai pennelli, nobili i cui nomi ricorrono con ragguardevole frequenza nelle cronache giudiziarie, attori di scarso talento e attrici di abbondanti proporzioni […] questi ricchi borghesi, questi principi, in fondo, fanno pena: i loro antenati si conquistarono un nome coi commerci o con le armi, mentre la loro notorietà si raccomanda attualmente – più che altro – ai registri dei commissariati.»[5]

Lo scandalo , spinto dalle foto e dall’attenzione dei media, mise in moto la magistratura che imbastì un processo contro la Nanà, accusata di atti osceni in luogo pubblico, e per verificare eventuali altre responsabilità dei presenti[6]. Gli esiti della vicenda vennero bene espressi da un articolo pubblicato sul settimanale “Europeo” il 23 novembre 1958:

«Un giovane miliardario americano scacciato dall’Italia con ignomia, una contessina messa al bando dal suo mondo, un ristorante chiuso a tempo indeterminato, un’orchestra disoccupata, un giornale sequestrato e un sottosegretario insolentito in pubblico: è questo in breve il risultato della festa del Rugantino, lo scandalo malinconico e un po’ assurdo che ha rotto per qualche giorno la noia di quest’autunno romano.»[7]

La vicenda giudiziaria si chiuse nel 1962 quando la corte d’appello di Roma confermò la condanna a due mesi di reclusione per la danzatrice, assolvendo gli altri partecipanti alla serata. Poco tempo prima dell’inizio del processo la Nanà, timorosa per la possibile condanna, ebbe a dichiarare in un’intervista per il settimanale “Le Ore” (4 luglio 1961) di essere stata drogata, precisando:

«Mi hanno fatto bere molto… un whisky dopo l’altro […] ad un certo momento, qualcuno mi ha allungato una sigaretta… ho sentito che attorno a me ridevano mentre io fumavo… Mi ha invaso una sorta di euforica frenesia, qualcosa di incontrollabile che mi dava, però, un senso di indefinibile contentezza…»[8]

Questo primo spogliarello che face tanto scalpore nella Roma di allora, venne poi ripreso dal regista Federico Fellini che ne fece la scena finale del film “La Dolce vita”.


Le immagini utilizzate sono di pubblico dominio.


[1] Gundle Stephen, Dolce vita. Sesso, potere e politica nell’Italia del caso Montesi, Milano, Rizzoli, 2012.

[2] Questa versione è stata peraltro sconfessata dalla festeggiata Olga di Robilant Cfr. Olga di Robilant, “Rugantino”: la verità, http://olgopinions.blog.kataweb.it/2010/07/13/rugantino-la-verita/, 10/08/2014.

[3] Testimonianza di Enrico Lucherini cit. in Alessandra Vitali, Addio Aichè Nanà, con il suo spogliarello nacque la Dolce vita, http://www.repubblica.it/spettacoli/people/2014/01/29/news/aich_nan-77242293/, 10/08/2014.

[4] Alessandra Vitali, Addio Aiché Nanà, cit.

[5] Frammento di articolo tratto dal settimanale “Epoca” del 16/11/1958 cit. in Aurelio Magistà, Dolce vita gossip. Star, amori, mondanità e kolossal negli anni d’oro di Cinecittà, Milano, Mondadori, 2007, p. 66.

[6] Larea Laurenzi, Dolce vita. Aichè Nanà, lo strip che cambiò l’ Italia, http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/10/17/dolce-vita-aiche-nana-lo-strip.html, 10/08/2014.

[7] Frammento di articolo tratto dal settimanale “Europeo” del 23/11/1958 cit. in Aurelio Magistà, Dolce vita gossip, cit., p. 66.

[8] Frammento di articolo tratto dal settimanale “Le Ore” del 04/07/1961 cit. in Aurelio Magistà, Dolce vita gossip, cit., p. 70.

Viaggio nel manicomio abbandonato di Colorno. Seconda Parte

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Tommaso ci accompagna oggi nella seconda parte di un viaggio per il manicomio abbandonato di Colorno, in provincia di Parma. Se da una parte si tratterà di un viaggio temporale, nella storia del manicomio, dall’altra sarà anche un viaggio vero e proprio, grazie alle foto della struttura come si presenta oggi. Buona lettura!


Ti sei perso l’altra parte dell’articolo? Clicca sui link qui sotto per leggerle:

di Tommaso Ferrari

L’incontro tra Tommasini e Basaglia

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Come prime misure il neoassessore Mario Tommasini elaborò due delibere, assunte il 21 giugno 1965, che prevedevano la riduzione dell’orario di lavoro degli infermieri e la costituzione di una commissione tecnico-sanitaria per lo studio dei problemi relativi ai servizi dell’assistenza psichiatrica[1]. In quell’estate Tommasini decise anche di incontrare Franco Basaglia: il primo incontro avvenne a Padova dove lo psichiatra invitò l’assessore a visitare l’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove aveva iniziato la sua azione di riforma. Alcuni giorni dopo Tommasini con il direttore della clinica universitaria di Parma Fabio Visintini e un’assistente sociale di Colorno partirono per Gorizia. Furono «due giorni di esperienze esaltanti»[2]: Tommasini vide

«gruppi di persone che parlano, altri che camminano nei viali del parco dell’ospedale; non si capiva chi fosse il malato, chi l’infermiere. Basaglia ci viene incontro e subito ci porta a vedere la “comunità terapeutica”. […] Erano delle riunioni molto concrete, molto vere».[3]

Era «la nascita di una inedita alleanza terapeutica che poneva le basi di un processo che non era ancora la negazione dell’istituzione e dei suoi dispositivi, ma che ne minava le fondamenta»[4]. Il gruppo, dopo aver soggiornato a Gorizia per due giorni, decise di invitare Basaglia a Colorno, per tenere un’assemblea pubblica, e di iniziare scambi con Gorizia per la formazione degli infermieri[5]. Il 18 ottobre 1966 lo psichiatra per la prima volta andò a Colorno per un dibattito con la popolazione, gli infermieri del manicomio, i politici e i sindacalisti.1979_-_BasagliaFoto800 Alla fine dell’assemblea Basaglia propose a Tommasini di raccogliere in un libro alcuni testi su Gorizia e materiale frutto della collaborazione tra Colorno e Gorizia: l’opera fu stampata nel 1967 a cura dell’amministrazione provinciale di Parma con il titolo Che cos’è la psichiatria?. Nel libro Basaglia volle riportare anche la trascrizione da nastro magnetico del dibattito tra una delegazione di infermieri e amministratori dell’ospedale psichiatrico di Colorno e il personale sanitario, infermieri e degenti di quello di Gorizia. L’incontro tra le due parti avvenne a Gorizia il 20 dicembre 1966. Insieme alle domande sulla quotidianità dell’ospedale di Gorizia, uno degli argomenti più discussi durante l’incontro (e ciò fu notato anche da Basaglia) è la ricerca delle cause della persistenza di reparti chiusi, sia a Colorno che a Gorizia: un paradosso per il pensiero dello psichiatra e per la ricerca di liberalizzazione dei manicomi[6]. Basaglia ritiene che

«il superamento di tale negativo non può avvenire nelle parole e nel semplice confronto delle opinioni, ma attraverso la modificazione della realtà istituzionale, attraverso la progressiva presa di coscienza di ciò che accade a coloro che sono, come malati, come medici, come infermieri, nell’istituzione chiamata ospedale psichiatrico».[7]

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Macchina portabile per l’elettroshock conservata nell’Archivio storico dell’ospedale psichiatrico provinciale di Colorno.

L’occupazione del manicomio

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Una fotografia dell’occupazione del manicomio di Colorno. Archivio del Centro studi movimenti, fondo Karin Munk.

Nell’autunno del 1968 nell’ufficio di Tommasini, nella sede della Provincia, si svolse una riunione tra l’assessore, Basaglia, uno psichiatra di Colorno e alcuni esponenti del movimento studentesco della Facoltà di medicina dell’Università di Parma. Il gruppo decise di occupare l’ospedale psichiatrico di Colorno, lo scopo dell’occupazione per gli studenti era di «denunciare le condizioni reali di vita dei malati, così diverse da quelle descritte dalla psichiatria che si insegna nelle università»[8], si voleva creare una discussione pubblica sull’assistenza ai malati che coinvolgesse la popolazione. A Colorno, inoltre, la riforma del manicomio progrediva a rilento e la direzione dell’ospedale psichiatrico non voleva portare avanti il cambiamento voluto da Tommasini, così l’assessore -essendosi dimesso Basaglia dal manicomio di Gorizia- volle «creare il caso per preparare la sua [di Basaglia] venuta a Parma»[9] occupando l’ospedale. Il 2 febbraio 1969 gli studenti dell’università tennero un’assemblea all’interno del manicomio, dando inizio all’occupazione. Era la prima volta che si occupava un ospedale psichiatrico e l’evento venne trattato da tutti i giornali, «nel manicomio occupato giunsero anche importanti esponenti della direzione nazionale del Pci, come Giovanni Berlinguer e Sergio Scarpa»[10].

«I degenti e i loro familiari appoggiarono l’occupazione. Gli infermieri si divisero fra un’ala conservatrice e un’avanguardia disposta a mettere in gioco il proprio ruolo. I medici, gli psichiatri della vecchia guardia manicomiale, a cominciare dal direttore, furono scavalcati e travolti dagli eventi».[11]

Il movimento studentesco decise di non chiudere quell’esperienza in se stessa, ma di collegarsi al territorio, alle lotte sindacali e operaie in atto. Il 9 febbraio a Colorno si tenne una grande assemblea alla quale parteciparono le delegazioni di dieci università italiane. Il 4 marzo, tuttavia, irruppe nel manicomio una squadra di aderenti dell’Msi «che seminò distruzione e devastazione, e mise a rischio l’incolumità degli occupanti»[12]; l’aggressione fu bloccata con l’intervento di militanti del Pci.

Il 9 marzo 1969 l’occupazione cessò: erano state ottenute garanzie formali dalla pubblica amministrazione di una istituzione di servizi esterni all’ospedale e di miglioramento delle strutture manicomiali[13]. «In questa vicenda si verificò una inedita convergenza fra il movimento studentesco (di medicina), Basaglia e il gruppo di Gorizia e il Pci nelle sue istanze locali»[14].

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[1] Cfr. Tradardi, La psichiatria a Parma, cit. p. 189.

[2] Tradardi, La psichiatria a Parma, cit., p. 199.

[3] Tommasini, Il mio rapporto con Basaglia, cit., pp. 26, 27.

[4] Tradardi, La psichiatria a Parma, cit. p. 199.

[5] Cfr. Tommasini, Il mio rapporto con Basaglia, cit., p. 27.

[6] Cfr. Franco Basaglia (a cura di), Che cos’è la psichiatria, Einaudi, Torino 1973, pp. 47-81.

[7] Basaglia, Che cos’è la psichiatria, cit., p. 47.

[8] Tommasini, Il mio rapporto con Basaglia, cit., pp. 33, 34.

[9] Ivi, p. 33.

[10] Ivi, p. 34.

[11] Tradardi, La psichiatria a Parma, cit., p. 204.

[12] Ibidem.

[13] Cfr. Tommasini, Il mio rapporto con Basaglia, cit., p. 36.

[14] Tradardi, La psichiatria a Parma, cit., p. 205.

Il califfato: dalle origini ai giorni nostri

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H-Key è un’associazione, e questo blog vuole essere la sua voce. Questo non ci impedisce, però, di utilizzare questo strumento per permettere a giovani storici “esterni” di portare le loro competenze e le loro conoscenze presso il nostro pubblico. Il primo di questi collaboratori esterni si chiama Renzo Vendrasco, studia all’Università di Padova e oggi ci parla dell’istituzione del Califfato islamico, che recentemente è tornato alla ribalta per via delle vicende legate all’ISIS, in Iraq. Attenzione: Renzo nell’articolo preferisce utilizzare l’acronimo ISIL, anch’esso ugualmente corretto, anche se meno usato dalla stampa italiana.


di Renzo Vendrasco

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Alla notizia della “restaurazione del Califfato” in Medio Oriente il mondo occidentale ha reagito con preoccupazione e sorpresa. Questo ISIL (Islamic State in Iraq and Levant) si è proclamato indipendente già a gennaio, ma da fine giugno, per bocca del suo leader Abu Bakr al-Baghdadi, è stato deciso il salto di qualità, ora è un Califfato, un istituzione che non si vedeva nel modo islamico dai tempi degli Ottomani. Cosa ha spinto i mujaheddin dell’ISIL a compiere questo passo? Qual è la sua portata simbolica?

Prima di tutto bisogna avere chiaro in testa che cosa sia il Califfato, cosa non proprio automatica in occidente. Non è semplicemente un’autorità politica, è il “Vicario” (in arabo khalifa) del profeta Muhammad; in esso, quindi, si fondono autorità politica e spirituale. La sua creazione risale alle origini stesse dell’Islam ed è proprio attorno a questa figura che nascono le grandi fratture, tutt’oggi esistenti, nel mondo musulmano.

Alla morte del profeta, avvenuta nel 632, non fu stato indicato alcun successore e si palesarono i primi grandi problemi della nuova religione monoteista nata nella penisola Araba. Muhammad era di certo un mistico, che passava gran parte delle notti in preghiera, ma era anche un mercante e un raffinato politico. Egli infatti non solo portò la nuova religione, ma unificò le tribù arabe in una nuova società, basata sulle parole che Dio gli fece pervenire. Prima della sua predicazione, essendo società araba politeista, non erano inusuali i “profeti” monoteisti (hanifa). Al tempo del profeta probabilmente ne gironzolavano almeno quattro. Muhammad riuscì ad imporsi probabilmente perché era quello che meglio conosceva i meccanismi del mondo in cui viveva, in quanto ex mercante. Questo, unito al suo profondo lato spirituale, faceva di lui la figura più carismatica del panorama arabo. Alla sua morte fu necessario trovare il modo che la sua carica carismatica non morisse con lui, ma venisse, in un certo senso, trasferita; il pericolo principale era lo sfaldamento delle tribù, rendendo totalmente vani gli sforzi del profeta.

MAHOMA_Y_ABUBEKER_EN_LA_CUEVA.-_Miniatura_turca_._siglo_XVII._Dresde,_Biblioteca_Nacional_de_SajoniaSi fece avanti ‘Alī ibn Abī lālib, colui che aveva sposato Fatima, la figlia di Muhammad. In un occasione il profeta gli aveva chiesto di condurre gli affari della comunità durante un breve periodo di assenza, cosa che a molti fece pensare che potesse succedergli degnamente. Alzarono la voce anche i Medinesi, che pretendevano che il successore del profeta dovesse provenire dalla città che lo aveva accolto nella sua fuga, l’Egira, nel 622. Ma si impose agli occhi di tutti la grande figura di Abu Bakr, l’ombra del profeta, il primo discepolo, nonché suo suocero. Era più vecchio di Muhammad, ma lo aveva affiancato durante tutta la sua predicazione. Era l’uomo giusto per un momento così difficile e divenne pertanto il primo Califfo della comunità Islamica. Il suo Califfato durò appena due anni, che furono però di vitale importanza: egli riuscì a compattare i domini dell’Islam e non esitò ad usare il pugno di ferro con le tribù che tentarono di abbandonare la fede Islamica per seguire le predicazioni di altri profeti, i quali furono rapidamente ridotti al silenzio o convertiti.

Nel 634 fu eletto come secondo Califfo ‘Omar, anch’egli suocero del profeta (Muhammad aveva più di una moglie, cosa che gli permise di formare importanti alleanze). In dieci anni di Califfato portò il fenomeno dell’Islam fuori dalla penisola Araba, occupando Siria, Iraq ed Egitto. Riuscì a mettere a punto un esercito capace di affrontare rapide e devastanti campagne militari, con le quali sconfisse avversari del calibro dell’Impero Bizantino e dell’Impero Sasanide. ‘Alī era invece stato messo nuovamente da parte! E non sarebbe stata l’ultima volta.

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Arriviamo così nel 644, quando divenne terzo Califfo ‘Uthman. Egli terminò il lavoro iniziato dal suo predecessore, sconfiggendo in maniera definitiva i Sasanidi, e disegnando una prima struttura organizzativa per l’impero. Ma il suo califfato passò alla storia per un altro motivo: volle mettere per iscritto le parole del profeta, fino ad allora recitate a memoria da un piccolo gruppo di persone, sempre meno numeroso dopo le guerre affrontate in quegli anni. Prima che fosse troppo tardi fece redarre la cosiddetta “Vulgata di ‘Uthman”, ovvero la versione definitiva del Corano.

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Il suo Califfato si concluse tragicamente nel 656, quando venne assassinato durante la preghiera in una moschea. Suo successore fu ‘Alī, che finalmente ebbe campo libero, ma non senza difficoltà: il sospetto che ‘Alī avesse le mani impregnate del sangue di ‘Uthman era troppo grande, pertanto gli venne chiesto di creare una commissione di inchiesta perché indagasse sui fatti. Il suo atteggiamento, non spiccatamente collaborativo, portò alla rivolta della provincia della Siria, governata da Mu’awiya ibn Abi Sufyan, nominato a suo tempo da ‘Uthman e figlio del celebre generale meccano che trattò la resa della città con Muhammad stesso. Lo scontro tra due fazioni era inevitabile.

Ali_ibn_Abi_Talib_in_a_depicton_paintingNel 657 ebbe luogo a Siffin una battaglia che fu un vero e proprio spartiacque. ‘Alī affrontò direttamente Mu’awiya, il quale, messo alle strette, prese una decisione che, usando le parole di Carlo Saccone, “cambiò letteralmente le sorti dell’Islam”: affisse sulle lance dei propri soldati le pagine del Corano, provocando lo sconcerto degli avversari e l’interruzione dello scontro. Si decise quindi di tornare alla precedente ipotesi di formare una commissione. Alcuni si opposero a tale decisione, formando una terza fazione che sosteneva il “giudizio di Dio in battaglia”. Questi presero il nome di Kharijiti (“coloro che sono usciti”) e divennero una spina nel fianco per Mu’awiya, ma soprattutto, come vedremo poi, per ‘Alī.

L’arbitrato si pronunciò a sfavore di ‘Alī, Mu’awiya divenne quindi il nuovo Califfo. Quest’ultimo si ritirò a Damasco, mentre ‘Alī si diresse a Kufa, nuova capitale dell’Impero e si dedicò a reprimere i Kharijiti. E fu proprio per mano di un kharijita vendicativo che ‘Alī venne assassinato nel 661.

Ebbene, è proprio dallo scontro tra ‘Alī e Mu’awiya che nasce la grande frattura che affligge l’Islam anche ai giorni nostri: quella tra Sciiti e Sunniti. Questi ultimi erano i sostenitori di Mu’awiya, mentre gli Sciiti erano gli Alidi. Prendono il nome dalla parola Shī’a, che significa per l’appunto “fazione”. Col passare del tempo la frattura inizialmente “politica” divenne anche “dottrinale”, rendendo sempre più difficile la convivenza delle due parti.

Il periodo dei cosiddetti “califfi ben diretti” è probabilmente il momento più importante dell’Islam, un momento fondativo, di compattamento e, allo stesso tempo, di profonde fratture. I califfati successivi non furono più elettivi, ma si trasformarono in vere e proprie dinastie ereditarie, a partire dalla dinastia Omayyade, quella di Mu’awiya. Il Califfato da allora divenne una carica da ereditare o da conquistare. Numerose furono le lotte intestine tra dinastie, nacque più di un Califfato e l’unità musulmana sognata da Muhammad si perse. Tra le famiglie califfali più importanti ricordiamo gli Abbasidi e gli sciiti Fatimidi. L’arrivo poi di Turchi e Mongoli gettò ulteriore scompiglio nel panorama musulmano. Gli Ayyubidi, la dinastia curda del Saladino, assunse nel XII secolo la carica di “Sultanato” (dall’arabo sulmān, “autorità”), che sarà poi anche dei Mamelucchi (Turchi) d’Egitto e dei Turchi Ottomani. Questi affiancavano la nuova carica, prettamente politica, a quella califfale.

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Abdülmecid II fu l’ultimo califfo Ottomano, deposto in seguito agli eventi che portarono alla caduta dell’impero dopo la Prima Guerra Mondiale

Ma ora torniamo al ISIL: Abu Bakr al-Baghdadi, che ironicamente porta il nome del primo Califfo “ben diretto”, richiama evidentemente all’Islam delle origini. Il problema è che non richiama solamente alla forza e all’unità dei primi musulmani, ma anche alla profondità delle sue fratture. L’ISIL infatti è sunnita e nella sua avanzata in Iraq e Siria auspica la distruzione dei luoghi simbolo dello Sciismo, mettendo in pericolo i suoi seguaci. Non sfuggono al pericolo nemmeno i Cristiani e le altre minoranze mediorientali, come Curdi, Drusi ed Alawiti (eresia musulmana di cui è seguace il presidente siriano Assad).

Al-Baghdadi ha quindi giocato la carta del Califfato per cercare l’appoggio di tutti i Sunniti, che però sta venendo a meno, soprattutto a causa delle violenze operate dall’ISIL e di un fondamentalismo talmente rivolto alle origini da apparire forse, al giorno d’oggi, un po’ anacronistico.

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Clicca sulle immagini per raggungere le fonti. Le immagini d’apertura e di chiusura rimandano ad altrettanti articoli sull’ISIS apparsi su Il Post

Fabio Filzi: una scuola nel ricordo. Terza parte: Dall’epistolario del martire. La parola a Fabio Filzi

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Con questo contributo il nostro Luca termina la parte dedicata al ricordo di Fabio Filzi. Partendo dalla scuola della sua piccola cittadina abruzzese, intitolata al giovane martire, si è ripercorsa la storia del sottotenente i cui ideali lo hanno portato a morire per la patria durante la Grande Guerra.


Ti sei perso le altre due parti dell’articolo? Clicca sui link qui sotto per leggerli:

di Luca Palumbo

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E’ una sorta di limite culturale quello di analizzare il passato sentendolo troppo lontano dal nostro agire, dal nostro pensare, dal nostro modo di vedere il mondo. Ebbene quello che mi appresto a riportare in questo breve contributo conclusivo sulla vicenda Filzi, vuole rendere giustizia contro il pregiudizio sul quale affonda l’idea di una Storia distante, asettica, quasi noiosa, senza alcun legame con le nostre vite, un mero elenco di fatti e date da ricordare. In realtà non è questa la sede di fare l’apologia della disciplina ma lo scopo che mi prefisso è semplicemente quello di mostrare come uomini di cento anni fa condividano con noi uomini (e giovani soprattutto) del XXI secolo i medesimi sentimenti. Più ricerco nel passato e più vi trovo il presente. Soltanto un elemento, devo essere onesto, ci differenzia nettamente dai nostri avi. Loro avevano una luce guida, un’idea per cui battersi, una tesi da sostenere con forza, quello che Pirandello ha riassunto nella sua celebre lanterninosofia.[1] Oggi le lanterne irradiano una luce così fioca che non permette di vedere oltre il proprio naso.
Nei due precedenti contributi ho parlato del Fabio Filzi patriota, della figura storica, della biografia “istituzionale”, delle vicende che lo hanno reso immortale. Nelle prossime righe, che saldano il mio debito con il giovane morto per l’Italia, voglio mostrare il Fabio Filzi amico, innamorato, fratello; restituire una dimensione più umana possibile per dimostrare come i giovani che hanno difeso con la vita la nazione italiana, non siano stati così diversi da noi. Il primo contributo lo troviamo scritto da Fabio quindicenne nell’album di una cugina di Trieste[2]:

«Ora, vivaddio, che c’è la bandiera italiana, sia opera di tutti, giovani e vecchi, grandi e piccoli, di spargerne, di fondarne il culto. Sia pensiero e sentimento di tutti che la bandiera rappresenta l’Italia la patria, la libertà. L’indipendenza, la giustizia, l’onore di trenta milioni di concittadini, che per questo la bandiera non s’abbassa, non si macchia, non s’abbandona mai, e che piuttosto si muore, Questo devono imprimersi nell’animo i giovani e le giovani, e farsene una seconda natura.»

Prima di dare una lettura forviante basti sapere che non sono parole originali.[3] L’autore del pensiero è Massimo d’Azeglio, morto 18 anni prima che nascesse Fabio. Qualsiasi giovane ha il suo mito, la sua fonte d’ispirazione, il modello da seguire per quello che ha scritto o per le azioni che ha compiuto. Oggi è fin troppo facile vedere incarnata questa figura in un cantante o sportivo che sia. L’era del divismo, o meglio il bisogno del divismo, è montata inesorabilmente e non ha mai dato segni di cedimento. Più di cento anni fa i propri miti bisognava cercarseli. Erano poeti, politici, intellettuali che col loro pensiero hanno forgiato generazioni di italiani.

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I fratelli Fausto e Fabio Filzi, foto tratta dal volume: Una vita nella Scuola Fabio Filzi, cit., p.66

Prima di analizzare un secondo contributo è doveroso aprire una breve parentesi nella vita dei Filzi. Fabio non era figlio unico, come ho accennato negli articoli precedenti. Tra i quattro fratelli vale la pena di ricordare Fausto Filzi (1891-1917) che ha condiviso la stessa sorte del maggiore. Aveva lasciato Rovereto senza concludere gli studi e si era trasferito in Argentina. Quando seppe dell’esecuzione del fratello non perse un momento: tornò in Italia, si arruolò, e morì in battaglia:

«Il 3 giugno in uno dei fieri combattimenti sull’altipiano di Asiago è caduto il sottotenente Fausto Filzi, nativo di Rovereto, il piu giovane fratello dell’avv. Fabio Filzi condannato al capestro con Cesare Battisti nel castello di Trento. Fausto Filzi occupava un posto cospicuo a Buenos Aires; ma quand’ebbe notizia della tragica fine del fratello volle tornare immediatamente in Italia ed arruolarsi volontario nell’esercito-il che fece a Milano- per vendicare il fratello. Suo scopo era di occupare nel Corpo degli Alpini il posto già tenuto da lui, ma non fu giudicato idoneo; passò invece all’artiglieria da fortezza ove presto fu assunto come aspirante ufficiale sotto il nome di Momi Spoldore. Era sotto le armi dai primi mesi di quest’anno. Cadde combattendo in qualità di ufficiale bombardiere.»[4]

Il 22 febbrario 1915, prima che l’Italia entrasse nel conflitto armato Fabio scrisse a Buenos Aires per riassumere al fratello la sua particolare condizione:

«Io mi trovo nel Regno già dai primi di novembre del 1914 e non ho trovato alcuna occupazione in causa della crisi imperversante nel paese. Ora mi trovo a Bassano, prestando servizi d’esplorazione allo Stato Maggiore e, appena la Patria si moverà, non mancherò di offrirle il mio sangue. Sono sempre vissuto con la speranza che le nostre terre venissero una volta o l’altra liberate dalla tirannide e dall’ipocrisia; ora mi sembra giunto il vero momento in cui si potrà raggiungere, combattendo, il trionfo del principio nazionale e la rovina della prepotenza e dello sfruttamento teutonico. Voglio sperare che, quando la presente ti verrà recapitata, le armi italiane si saranno già fatte onore…perchè l’intervento dell’Italia, benchè molto probabile, non è sicuro. Difatti continuano a fervere i preparativi bellici…»

Il contenuto della lettera tralascia totalmente gli aspetti privati. Ci si sofferma sulla situazione italiana, sullo stallo che si era posto tra interventisti e neutralisti, sulle tempistiche dell’intervento in guerra e soprattutto sul desiderio di combattere contro un nemico per cui si provava un odio ceco. Scrivere al fratello celava in realtà la voglia di comunicargli quello che si provava in quei giorni; renderlo partecipe del proprio sentire. Chi meglio di un fratello può capire cosa provi in certi momenti?
Un terzo contributo è molto più privato. Si tratta di alcune parti della corrispondenza che il sottotenente inviava alla sua amata Emma. Il 9 novembre 1915 da Verona le scriveva, dietro una fotografia:

«Alla mia Emma diletta quale segno piccolissimo del mio forte amore inestinguibile, e quale ricordo dell’ora solenne, sublime e fatidica, che attraversa la Patria.»

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Veduta della Lessinia dal Monte Calvarina. Foto utente Flickr Nick1915, CC, clicca per raggiungere la fonte

Il 26 novembre, dopo la marcia sul Monte Calvarina, Fabio scrive nuovamente:

«Vedo le fantastiche nevose cime che indicano alle allegre truppe marcianti, il cammino radioso della vittoria e della redenzione sono il Pasubio, il passo della Borcola, il Monte Maggio, senti nelle ormai avanzate, che ci additano la via alla nostra Rovereto. Verrà, verrà presto il giorno in cui la cara patria avrà raggiunto lo scopo giusto e sacro, che la spinse a sguainare la spada valida e valorosa. Vi sono dei momenti in cui vorrei sintetizzare in un attimo tutte le vicende emozionanti del nostro amore, dalla nostra conoscenza al fidanzamento, al distacco violento e doloroso, che mi trascinava alla pugna per una causa da noi detestata, all’apparizione tua e della mamma mia adorata a Innsbruck. Fausta apparizione che liberandomi valse a ravvivare la speranza…»

Il ricordo dell’amata aiutava ad alleviare la sofferenza di quei momenti, la fatica della vita in trincea ed in battaglia, senza però mai perdere di vista l’afflato patriottico dell’impresa. Ogni volta che sembra farsi spazio un momento più privato con Emma, torna prepotente il leitmotiv della vita di Fabio, la lotta per la patria italiana. Il 4 giugno 1916 continua con lo stesso motivo:

«Qui in mezzo alla neve, al freddo, mentre imperversa la bufera, sotto la tenda rivolgo a te il pensiero di nostalgia immensa. Mo ho fiducia, grande fiducia…ed orgogliosi tutti e due, potremmo dire di aver adempiuto il nostro dovere verso la Patria.»

L’ultima lettera inviata all’amata Emma è datata 9 luglio 1916, pochi giorni prima di morire. Nulla sembra presagire la cattura da parte degli austriaci. I momenti di difficoltà per la conquista della vetta maledetta, il Monte Corno, vengono riportati ma di certo edulcorati per non far preoccupare la giovane:

«Se vuoi sempre mie notizie, richiamo la tua attenzione sul Corriere del 6 corr. Nel punto che parla del raggiungimento della vetta del Monte Corno. E’ questo tutto roccia, brullo, scosceso, insidioso, per modo che il raggiungimento ci costò non pochi sacrifici, né poche difficoltà. Fra breve il nostro battaglione, almeno cos’ si dice, verrà messo a riposo.»

Nella stessa giornata del 9 luglio, il sottotenente Filzi invia una seconda lettera, questa destinata al sindaco di Arzignano, paese che lo ospitò prima di partire per il fronte. Queste le sue parole:

«Di qui non si passa e «sempre avanti» sono i nostri motti. Dobbiamo vincere a tutti i costi. Saluti al sign. Danieli, e a tutti gli amici, e una stretta di mano a Lei.»

Una vita spesa per la causa italiana, quella di Fabio Filzi. Un unico pensiero fisso nella mente di un giovane che senza paura ha donato la vita per l’unità nazionale. Un esempio per chiunque voglia porsi un’obiettivo da raggiungere: tenacia, perseveranza, forza e sacrificio. Dobbiamo trarne obbligatoriamente un insegnamento. Solo così il ricordo dei tanti Fabio Filzi della storia italiana può rimanere vivo nella nostra memoria. Si potrà fallire, certo, ma com’è bello fallire quando si è dato tutto quello che si aveva.

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La scuola Fabio Filzi, oggi. L’edificio è in disuso. Opera propria.

Dove non altrimenti specificato, le immagini sono di Pubblico Dominio. Clicca per raggiungere la fonte.


[1] Cfr. L.Pirandello, Il fu Mattia Pascal, cap. XIII

[2] Per evitare inutili ripetizioni si fa presente che tutti gli scritti e le lettere qui riportati sono contenuti nel libro: “Una vita nella scuola Fabio Filzi”, Premio Elvira Cappella Zanoni, Alba Adriatica, 2004

[3] Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni, Carteggio Inedito, L. Roux e C. Editori, Roma-Torino-Napoli, 1888

[4] La Domenica del Corriere, 22/29 Luglio 1917, p.7


Bibliografia:

  • O. Ferrari, Martiri ed eroi trentini, Trento, 1925
  • C. Ambrogetti, I fratelli Filzi (con prefazione di B. Mussolini), Firenze, 1934
  • C.Gattera, C. Calenco, G. Menotti, Cesare Battisti e Fabio Filzi ultimo atto. La verità sull’attacco al corno di Vallarsa, Rossato, 2008
  • M. Albertazzi (a cura di), Atti dei processi Battisti, Filzi, Chiesa, La Finestra editrice, 2012

Il problema delle minoranze linguistiche nell’Italia Fascista. Parte terza.

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Emiliano affronta nella terza e ultima parte del suo articolo i problemi riguardanti i provvedimenti che interessano invece la sfera pubblica. Si ricorda ancora una volta che la fonte principale dell’articolo è Gabriella Klein, La politica linguistica del fascismo


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di Emiliano Bonomi

La toponomastica

Il R.D. del 29 marzo 1923 che sanciva l’uso dell’italiano nei nomi di luogo delle nuove province del regno fu una delle prime misure, adottate dal governo, riguardanti la questione della lingua, addirittura precedente all’obbligo dell’uso dell’italiano come lingua d’istruzione.

Al decreto erano allegate le traduzioni in Italiano dei comuni più importanti, mentre per quanto riguarda gli altri toponimi (un numero abbastanza esiguo) rimase consentita la forma bilingue, purché sempre preceduta dalla forma italiana.

Per la stesura di questo decreto il governo si avvalse di una speciale commissione, istituita ancora in epoca liberale (1921), che aveva l’incarico di stabilire i criteri per la scelta dei toponimi dei territori annessi dopo la guerra; questa commissione era suddivisa in due gruppi, il primo studiava il Trentino-Alto Adige mentre il secondo lavorava per i territori della Venezia Giulia.

La commissione utilizzò come linee guida, almeno per la regione tedesca, le direttive, redatte anni prima, da Ettore Tolomei, membro della sottocommissione per il Trentino-Alto Adige. È il caso di spendere qualche parola per presentare questo personaggio, precursore e principale sostenitore dell’assimilazione italiana del Südtirol. Tolomei fu geografo, pubblicista e senatore (dal ’23); nel 1906 fondò la rivista «Archivio per l’Alto Adige», che aveva lo scopo deliberato di dimostrare l’italianità di questa regione e nel 1916 pubblicò il suo «Prontuario» dei nomi locali dell’Alto Adige. Introducendo il testo, presentò il suo obbiettivo di restituire italianità, in base a presunti criteri storico-linguistici, ai toponimi «germanizzati», di origine latina o italiana, «quasi irriconoscibili in molti casi sotto la secolare deformazione tedesca». Nel primo dopoguerra fu incaricato dal primo ministro Orlando di dirigere una commissione per la lingua e la cultura nell’Alto Adige. Inoltre Tolomei, che conosceva Mussolini già prima della guerra, fu tra i primi ad aderire al PNF, esercitando una grande influenza sul Duce.

Tornando ora al decreto del ’23, questa disposizione ebbe numerose ripercussioni pratiche: gli editori furono obbligati a ristampare carte geografiche, guide, libri di testo di geografia, cartoline illustrate e quant’altro con i nuovi nomi italiani; dal ’25 venne, inoltre, imposto di indicare la dizione ufficiale del paese sulla corrispondenza, in caso contrario non veniva recapitata.

Continuando in questo sforzo di italianizzare le nuove province si arrivò, con l’inoltrarsi degli anni ’20, a cambiare i nomi delle strade e delle località più piccole e sperdute, giungendo, secondo una dichiarazione di Tolomei, alla totale italianizzazione alla fine del 1936.

La zona più colpita da questa ristrutturazione toponomastica, è sicuramente l’Alto Adige che, con l’opera zelante di Tolomei, sulla carta viene radicalmente trasformato; anche se in misura minore, la Venezia Giulia e la Val d’Aosta vennero anch’esse interessate dal processo di italianizzazione.

Il regime delle scritte pubbliche

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Stampato a tergo della cartolina:“Associatevi alla Dante Alighieri che diffonde in tutto il mondo la lingua e la cultura dell’Italia imperiale”

Nella categoria scritte pubbliche, non rientrano solo le insegne di negozi o attività ma anche tutti quegli stampati destinati al pubblico, come ad esempio i dépliants pubblicitari o i menù dei ristoranti.

Il primo provvedimento preso a riguardo venne emanato dal neonominato prefetto della provincia di Trento, Giuseppe Guadagnini, il 26 novembre 1922. Veniva prescritto, per tutta la Venezia Tridentina, l’uso dell’italiano o la sua priorità grafica nelle scritte bilingui per tabelle, cartelli, insegne, tariffe o comunque iscrizioni in tedesco esposte al pubblico.

A pochi mesi di distanza, il 23 marzo 1923, seguì un altro decreto del prefetto Guadagnini che imponeva ulteriori restrizioni, abolendo il regime di bilinguità ad eccezione, in via del tutto provvisoria, delle scritte pubbliche che si trovassero in quei comuni dove le scuole elementari non usavano ancora l’italiano come lingua d’istruzione (come sappiamo questo problema persistette fino alla fine degli anni ’20), purché nelle scritte in tedesco fossero usati caratteri latini, e purchè fossero meno appariscenti di quelle in italiano.

Da notare, a riguardo, che sul resto del territorio nazionale, in questo periodo, erano ancora permesse insegne pubbliche in lingua straniera, anche se già penalizzate da una tassazione più elevata rispetto alle scritte in italiano: «il tedesco, con funzione di lingua straniera, ha ancora uno status di lingua tollerata; mentre il tedesco, con funzione di lingua minoritaria […] è scoraggiato e addirittura vietato». Questa diversità di trattamento, come sottolinea giustamente la Klein, non dipende dalla «lingua in se stessa, ma [dalla] funzione e [dallo] status che essa riveste nella comunità linguistica».

I provvedimenti di Guadagnini furono criticati aspramente sia a livello istituzionale, con le proteste di alcuni parlamentari altoatesini che chiesero l’annullamento dei decreti (proteste infruttuose, in quanto respinte), sia a livello popolare in quanto tra i commercianti e i ristoratori di Bolzano si registrarono numerose multe per la reticenza ad adattarsi alle norme.

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I decreti riguardanti questa materia si moltiplicarono dal ’27: progressivamente anche il prefetto di Bolzano, Umberto Ricci, emanò una serie di norme che progressivamente sanzionarono l’uso dell’italiano in varie settori (banche, farmacie ecc.) fino a quando, con il decreto prefettizio dell’11 ottobre 1927, venne ammesso l’italiano come unica lingua. Anche la Chiesa non venne risparmiata da questi provvedimenti, sebbene il Concordato le concedesse qualche magra libertà.

Un’altra ironica forma di protesta che si sviluppò tra gli esercenti fu di usare insegne con scritte in italiano non corretto. Così si potevano leggere scritte del tipo “mantello che non lascia l’acqua” o “divieto lo scarico”. Le autorità bolzanine si videro quindi costrette ad emanare un ulteriore provvedimento in cui era specificato che le scritte italiane dovessero essere redatte nella corretta dizione.

Questi provvedimenti colpirono soprattutto l’area tedescofona, in Venezia Giulia i divieti furono più blandi e il regime di bilinguità restò in vigore fino al 1927. Fu con l’intensificarsi della tensione tra Italia e Jugoslavia che le regole divennero più rigide: il PNF prese direttamente in mano la questione imponendo la cancellazione delle scritte slave dalle insegne e, in caso di non adeguamento, i negozi vennero colpiti dalle incursioni squadriste.

La lingua nella pubblica amministrazione

Nel corso del biennio ’23-’24 vennero presi una serie di provvedimenti riguardanti gli uffici comunali e provinciali che stabilivano che l’abilitazione a “segretario comunale” fosse riconosciuta solo a quanti fossero padroni della lingua italiana e che per tutti gli impiegati del vecchio regime austriaco ancora in servizio fosse obbligatoria la conoscenza dell’italiano. Il succitato Guadagnini, prefetto di Trento, nella serie di decreti che emanò nel corso del ’23, prescrisse che per tutti gli enti pubblici, o gli uffici da questi dipendenti, della provincia la lingua d’ufficio fosse solo quella italiana. Anche ad Aosta, cercando di emulare il caso trentino, si tentò di tenere fuori il francese dagli atti amministrativi; l’iniziativa però venne fermata dal Ministero della Giustizia in quanto la Val D’Aosta godeva di un regime agevolato rispetto alle altre province.

Nello stesso anno si prescrissero delle modifiche anche all’ordinamento giudiziario delle nuove province, disponendo che i magistrati senza un’adeguata conoscenza dell’italiano venissero sospesi. A questa norma se ne aggiunse una del 1925 in cui s’impose l’obbligo dell’uso della lingua nazionale in tutti gli uffici giudiziari, prevedendo delle sanzioni pecuniarie per chi non si fosse adeguato. In campo giudiziario per la sola città di Fiume, a norma degli accordi internazionali, vennero previste delle eccezioni.

Infine nel ’29 si cercò di regolare l’uso della lingua anche nel settore delle attività notarili, iniziativa che non portò però a risultati significativi per il grande numero di documenti e atti ancora prodotti nelle lingue minoritarie.

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Il problema delle minoranze linguistiche nell’Italia Fascista. Parte seconda.

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Emiliano continua la sua trattazione del problema delle minoranze linguistiche nel Ventennio,parlandoci stavolta dei provvedimenti che interessano la sfera privata.
Si ricorda che, vista l’esiguità dei contributi tuttora disponibili, il riferimento bibliografico principale è Gabriella Klein, La politica linguistica del fascismo


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di Emiliano Bonomi

Le politiche linguistiche nell’istruzione scolastica

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L’anno 1923 segnò un cambio di rotta nel rapporto Stato-minoranze linguistiche, dal precedente clima di semi-tolleranza ad una politica sempre più indirizzata all’assimilazione. La riforma Gentile (R.D. 1 ottobre 1923) sanciva formalmente l’obbligo dell’uso dell’italiano come unica lingua di istruzione nelle scuole del Regno, con la possibilità in aree mistilingui di studio della lingua locale in ore aggiuntive, previa richiesta delle famiglie all’inizio dell’anno scolastico. In questa prima fase l’insegnamento della lingua della minoranza non era ancora vietato ma scoraggiato, in quanto i genitori che ne avessero fatto richiesta potevano essere bollati come anti-italiani. A partire dalla prima classe dall’anno scolastico ‘23-‘24 nelle scuole alloglotte venne quindi adottato l’italiano, arrivando ad una completa italianizzazione entro la fine dell’anno scolastico ‘27-‘28. Negli anni di transizione, nelle classi in cui l’insegnamento si svolse ancora in lingua diversa dalla lingua nazionale, venne previsto lo studio di quest’ultima per cinque ore settimanali nelle prime tre classi, e per sei nelle successive. La conoscenza dell’italiano era un elemento indispensabile per la promozione alla classe successiva.

Qualche giorno prima della riforma, il 27 settembre, venne approvato un R.D. che interessava le scuole medie e magistrali delle nuove province: il decreto obbligava l’uso dell’italiano come lingua d’insegnamento dall’anno ‘27-‘28, procedendo gradualmente dalla prima classe del corso inferiore. Ma già nel ’24 nelle scuole medie superiori le lingue minoritarie erano considerate semplicemente come seconde lingue e, nello stesso anno, per iscriversi agli istituti magistrali in lingua minoritaria era necessario superare un esame di italiano.

Fu poi sotto il magistero Fedele che, con il R.D.-L. 22 novembre 1925, venne definitivamente abolito l’insegnamento delle lingue minoritarie, togliendo anche la possibilità delle ore aggiuntive nelle scuole elementari.

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I vari provvedimenti legislativi toccavano direttamente anche il corpo insegnante: inizialmente, la riforma Gentile prevedeva per l’insegnamento della lingua straniera nelle ore aggiuntive di dare preferenza a quei maestri che avessero l’abilitazione all’insegnamento dell’italiano, stabilendo che le abilitazioni rilasciate dal precedente governo austriaco non fossero più riconosciute. I maestri sprovvisti, per ottenerla, dovevano superare un apposito esame. Di prassi però si preferiva non reintegrare i maestri senza abilitazione ma trasferirli in altre province o prepensionarli per sostituirli con maestri «di buoni sentimenti nazionali e di lingua italiana», come recita il Testo Unico per l’istruzione elementare del 22 gennaio 1925. Nel novembre dello stesso anno un ulteriore decreto imponeva agli insegnanti alloglotti, sprovvisti di abilitazione per l’italiano ma ancora in servizio, di conseguirla, pena la rimozione dall’incarico. Gli insegnanti senza abilitazione erano ostacolati anche nella possibilità di dare lezioni private, in quanto quest’ultime erano suscettibili di veto da parte dell’ispettore scolastico, che generalmente riteneva che nuocessero alla formazione del “buon cittadino italiano”. Per velocizzare l’opera d’italianizzazione nel ’28, tramite decreto, si imponeva il trasferimento in altre province di un gran numero di insegnanti alloglotti.

Per raggiungere anche quella parte di popolazione già uscita dal sistema scolastico, dal ’25 in poi, vennero istituiti corsi serali di lingua italiana, in alcuni casi gratuiti, in altri a frequenza obbligatoria, promossi dai comuni e dall’Opera Nazionale d’Assistenza all’Italia Redenta.

È evidente come questi provvedimenti legislativi obbedissero al preciso scopo, come più volte dichiarato da parlamentari e ministri in quegli anni, di forgiare una nuova coscienza nazionale; a tal scopo vennero previsti premi e borse di studio per studenti alloglotti, volti ad incentivare l’iscrizione alle scuole italiane e all’apprendimento della lingua nazionale, e si concessero agevolazioni e indennità ad insegnanti italiani che prestarono servizio nelle nuove province del regno.

Una risposta decisa e contraria a questo processo coatto d’italianizzazione venne dalla formazione di scuole private clandestine e dall’azione del clero attraverso il catechismo. Il fenomeno delle scuole clandestine si sviluppò soprattutto nell’area del bolzaneto a partire dal 1925 riuscendo a creare addirittura più di trecento classi alla fine degli anni ’30: veniva impartito l’insegnamento elementare in lingua tedesca e i corsi si svolgevano in luoghi d’incontro quotidiano, come fienili, chiese ed osterie, cosicché queste scuole vennero soprannominate “Katakomben-Schulen”, scuole-catacomba. Anche se non riscosse i risultati sperati per mancanza di fondi e di insegnanti, fu uno dei tentativi più concreti di resistere alle politiche di assimilazione[1].

Con il riavvicinamento politico tra Italia e Austria, ed in seguito con la Germania, la situazione per la minoranza tedesca migliorò nettamente: nel ‘34 vennero ripristinate le scuole private con l’insegnamento del tedesco, nel ’35 fu nuovamente possibile studiare il tedesco nelle elementari della provincia di Bolzano e infine nel ’39, in seguito all’accordo italo-tedesco relativo all’opzione per la cittadinanza, si riaprirono addirittura alcune scuole tedesche destinate a coloro che scelsero di diventare tedeschi.

L’onomastica

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Nel complesso delle politiche di italianizzazione delle minoranze si spesero anche molte energie nel tentativo di italianizzare nomi di battesimo, cognomi e titoli nobiliari. Quest’opera intrapresa dal regime mosse i primi passi nel ’26 per l’Alto Adige e nel ’27 per la Venezia Giulia, anche se già nel 1921, le prime voci, come quella di Ettore Tolomei, presentarono al pubblico il problema di far partecipare anche l’onomastica al processo d’assimilazione linguistica e nazionale.

Questa iniziativa, estremamente invasiva e prevaricante i diritti della persona, venne giustificata dal governo con la pretesa legittimità di restituire la forma italiana ad un cognome, dopo secoli di dominio austriaco.

Il R.D.-L. del 10 gennaio 1926 diede il via, per la zona tedesca, all’italianizzazione dei cognomi e predicati nobiliari prescrivendo che:

«le famiglie […] che portano un cognome originario italiano o latino tradotto in altre lingue o deformato con grafia straniera o con l’aggiunta di un suffisso straniero, [riesumassero] il cognome originario nelle forme originarie. [Vengano] ugualmente ricondotti alla forma italiana i cognomi di origine toponomastica […] i cui nomi erano stati tradotti in altra lingua, o deformati con grafia straniera, e altresì i predicati nobiliari tradotti o ridotti in forma straniera.»[2]

Per i cognomi di origine straniera, almeno sulla carta, l’italianizzazione era puramente facoltativa. Ai prefetti era destinato il compito di stilare gli elenchi dei cognomi e dei predicati nominali da sostituire.

Nel biennio ’27-’28, su richiesta del prefetto di Trieste, Fornaciari, questi provvedimenti destinati alla popolazione tedesca vennero estesi a tutte le popolazioni delle nuove province annesse.

Come conseguenza dei provvedimenti e della scarsa preparazione dei funzionari pubblici nello svolgere questo genere di lavoro, si verificarono in più di un’occasione casi bizzarri in cui a familiari con lo stesso cognome, dopo l’italianizzazione, fu assegnato un cognome diverso, perché decisi da uffici differenti. Anche se in linea teorica vi era la possibilità per il cittadino di far ricorso contro il cognome assegnato, in pratica nessuno dei ricorsi fu accolto.

Stando alle statistiche, quest’opera di italianizzazione dei cognomi ebbe molto più successo nella Venezia Giulia che nell’Alto Adige, dove la sostituzione con cognomi italiani, anche se d’obbligo, non attecchì più di tanto. Inoltre con il riavvicinamento a livello internazionale tra Austria e Italia nel 1930, il governo fascista rinunciò alla sua battaglia del cognome nella regione. Al contrario, nell’area giuliana nel ’28 si passò addirittura all’italianizzazione dei nomi di battesimo, giustificando l’operazione con il fatto che un nome slavo sarebbe stato ridicolo vicino ad un cognome italiano.

È da segnalare che sul finire degli anni ’30, quando la xenofobia linguistica arrivò ai livelli più alti, venne imposto il divieto di imporre nomi stranieri a bambini con cittadinanza italiana. Fu in questo clima esasperato che si progettò di italianizzare, tra il ’39 e ’40, diciottomila cognomi francesi, progetto però mai attuato.

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Le immagini presenti nell’articolo sono di Pubblico Dominio. Clicca per raggiungere le fonti. L’ultima è tratta da Autobiografia del fascismo, a cura di Enzo Nizza, Sesto San Giovanni, 1974


[1] P. Dogliani, Il fascismo degli italiani, cit., p. 262.

[2] Art.1 del R.D.-L. 10 gennaio 1926, n. 17, cit. in G. Klein, La politica linguistica del fascismo, cit., p. 106.